Ad un livello psicologico profondo le persone vivono e percepiscono il proprio computer o dispositivo mobile come estensione della loro mente e personalità, uno “spazio” che possono modellare e che riflette i loro gusti, atteggiamenti e interessi.

di Giorgia Lauro

cyberspazio spazio spciologico spazio sociale

Una delle più grandi rivoluzioni sociali che hanno coinvolto la popolazione mondiale riguarda la disponibilità e accessibilità di informazioni di ogni tipo grazie alla presenza di internet.

La possibilità di essere collegati ad una rete che consente di avere tutto a portata di un click, oltre ad essere diventata una linea di business prediletta dalle aziende, è anche diventata parte integrante delle nostre routine quotidiane.

Gli sviluppi tecnologici degli ultimi anni hanno modificato radicalmente il modo in cui le persone vivono e ricercano informazioni su qualsiasi argomento, dallo shopping al commercio, dalla comunicazione con conoscenti ed estranei agli appuntamenti o relazioni virtuali, dall'apprendimento all'insegnamento, dall'aiutare gli altri all'essere aiutati e così via.

Ovviamente, la modifica degli stili di vita ha determinato anche una modalità di espressione del Sè differente. Anche le relazioni, prima caratterizzate da un incontro fisico, si giocano adesso nel mondo virtuale, attraverso una comunicazione fatta di testi, video, immagini, emoticon, GIF e così via.

Dal punto di vista psicologico, tutti i cambiamenti in atto innescano alcune riflessioni. Da una parte le persone sperimentano e si comportano nel cyberspazio in un modo che richiede nuove concettualizzazioni psicologiche. Dall'altra parte, lo sviluppo tecnologico di internet e dei computer potrebbe migliorare molte delle attività psicologiche che tradizionalmente si svolgono offline, e questo richiede idee rivoluzionarie per riuscire a sfruttare tale possibilità.

È a partire da queste riflessioni che diversi studiosi hanno iniziato ad interessarsi di cyberpsicologia o psicologia del cyberspazio (Suler, 1996-2007; Sassenberg et al., 20013; Barak, 1999).

A partire dal contributo fornito da Azy Barak e John Suler (2008) nel presente articolo si cercherà di comprendere e delineare meglio il concetto di cyberspazio.

 

Cyberspazio come spazio psicologico

Il cyberspazio rappresenta una nuova dimensione dell'esperienza umana, inteso come spazio psicologico unico. Quando si accende un computer, si apre un programma, si scrive una e-mail o si naviga su un sito web le persone spesso pensano - consciamente o inconsciamente - che stanno accedendo in un “luogo” che è ricco di scopi e significati.

Le stesse diciture che accompagnano il linguaggio tecnologico - mondi, domini, siti, finestre, stanze virtuali - generano un'esperienza che trasmette la sensazione di trovarsi in un luogo o una dimensione.

Ad un livello psicologico profondo, secondo i due autori, le persone vivono e percepiscono il proprio computer o dispositivo mobile come estensione della loro mente e personalità, uno “spazio” che possono modellare e che riflette i loro gusti, atteggiamenti e interessi.

Secondo alcuni ricercatori (Suler, 1999; Turkle, 1995), dal punto di vista psicoanalitico il cyberspazio può essere inteso come “spazio di transizione”, in cui si assiste ad un'estensione del mondo intrapsichico dell'individuo. Metaforicamente, al pari dell'oggetto di transizione Winnicottiano, il cyberspazio diviene zona intermedia tra il Sè e l'altro che è in parte Sè e in parte altro.

La semplice visualizzazione di una e-mail, di una pagina web o il ricevere un messaggio da un utente in linea, può generare la percezione che la propria mente sia connessa o addirittura mescolata alla mente degli altri. Questo avviene attraverso un meccanismo psicologico in cui la mente è in grado di creare e proiettare un sistema di obiettivi e significati che va a plasmare la dimensione virtuale.

La capacità archetipica della mente è quindi quella di percepire il cyberspazio come uno spazio psicologico umano.

Tuttavia, anche internet presenta delle caratteristiche che accelerano questo processo. In una fase iniziale, Internet si presentava come un ambiente caratterizzato da solo testo; con il passare del tempo, divenendo sempre più multimediale, con i suoi contesti visivi e uditivi, ha reso l'esperienza online sempre più simile a quella del mondo reale.

Rispetto ad altri oggetti tecnologici quali la radio o la TV, il cyberspazio è molto più interattivo, in quanto consente alle persone di plasmare la loro esperienza in base a propri gusti personali, creando così una dimensione virtuale che sempre più assomiglia a quella reale vissuta o quella reale idealizzata.

Poiché internet include anche l'opportunità di interagire con altre persone, la possibilità di appartenere ad un gruppo online con il quale si condividono idee e valori, eleva il cyberspazio anche a dimensione sociale, per cui l'individuo non solo proietta attributi e significati personali, ma struttura anche una identità collettiva online in quanto quegli stessi significati profondi sono condivisi e rinforzati.

Fino a qualche decennio fa la ricerca scientifica non si occupò molto di cyberspazio. L'aver riconosciuto come e quanto il mondo virtuale abbia modellato la psicologia dell'individuo, le relazioni interpersonali, il comportamento di gruppo e la cultura, ha fatto sì che ad oggi la “cyberpsicologia” sia percepita come un campo a sé stante.

Con l'aumentare della complessità del cyberspazio, parallelamente sono aumentati gli studi nel settore. Ad esempio, i primi studi si sono interessati alla cosiddetta Dipendenza da uso di internet (Greenfield, 1999; Young, 1998).

Se i mass media hanno sempre cercato di sottolineare gli aspetti negativi del cyberspazio, la cyberpsicologia ha invece cercato di esplorare sia gli aspetti positivi che negativi del mondo virtuale.

Comprendere il suo oggetto di studio non è ovviamente semplice, in quanto tutti i diversi settori della psicologia si sono interessati ad esso incluso quello cognitivo, sociale, educativo, organizzativo, clinico, di personalità, sperimentale e via dicendo.

Nel momento in cui la psicologia iniziò ad approcciarsi allo studio del cyberspazio, alcune domande divennero subito evidenti: i concetti e le teorie tradizionali saranno sufficienti per la comprensione del comportamento online? Dovremmo modificare quelle teorie? Dovremmo svilupparne di nuove?

Tali domande si sono sviluppate a partire dal riconoscimento che il cyberspazio, come dimensione psicologica, potrebbe essere molto diversa dagli ambienti fisici in cui si sperimentano interazioni faccia a faccia.

I confini geografici vengono trascesi. Quasi tutto è registrabile. I confini della “privacy” sono più complessi da gestire. Le interazioni sociali possono essere sincrone, asincrone o qualcosa di intermedio. Attraverso un parziale o totale anonimato, le persone potrebbero essere più disinibite del solito o sperimentare identità diverse. L'esperienza sensoriale potrebbe essere ridotta nella comunicazione testuale, ma più profonda in quelle multimediale.

Alla luce di tutte queste caratteristiche, gli ambienti online vengono ad oggi sempre più combinati in vari modi per consentire la migliore Esperienza all'utente. Da queste riflessioni, secondo gli autori, il cyberspazio non è più semplicemente un nuovo argomento di ricerca per la psicologia, bensì un nuovo regno dell'esperienza umana che può trasformare la psicologia stessa.

 

Cyberspazio come spazio sociale

Lo studio scientifico del cyberspazio come spazio sociale caratterizzato da una comunicazione mediata dal computer è iniziata più di due decenni fa. I ricercatore, in una fase iniziale, si interessarono principalmente degli aspetti comunicativi, applicando i modelli psicologici sociali per comprendere, spiegare e prevedere il comportamento umano durante un'interazione mediata dal computer.

Questi tentativi, tuttavia, sono risultati privi di risultati validi, in quanto le teorie psicologiche tradizionali non riuscivano a spiegare ciò che avveniva in varie condizioni online.

Esempi di tali studi includono il comportamento di gruppo (Thatcher & De La Cour, 2003), il comportamento di acquisto e vendita (Galin et al., 2007), o comportamenti sociali generali (Yao & Flanagin, 2006).

A partire da ciò, i ricercatori giunsero alla conclusione che non solo Internet ha modificato gli stili comunicativi degli individui, ma che introduceva nuovi fattori psicologici che non potevano essere spiegati attraverso le teorie tradizionali esistenti.

Ad esempio, la capacità degli utenti di scegliere quale stile di comunicazione adottare tra sincrona e asincrona, la combinazione dell'anonimato e della comunicazione, la mancanza di contatto visivo o gli aspetti complessi della privacy, sono tutte componenti nuove e sconosciute.

Alla luce di tale lacune, la cyberpsicologia tenta quindi di comprendere il comportamento umano e le esperienza nel cyberspazio osservando fenomeni psicologici indigeni e mettendoli in relazione con le persone che sperimentano questi ambienti emergenti.

Secondo Suler e Barak (2008) la conoscenza del cyberspazio ci dice che sebbene alcuni fenomeni psicologici che esistono offline sono simili, se non identici, a quanto accade nel mondo online, altri fenomeni sono diversi e unici nel cyberspazio.

Ad esempio, la ricerca mostra che alcune importanti dimensioni di divulgazione di Sè negli ambienti offline e online sono molto simili: le persone divulgano informazioni più personali, intime e sensibili su sé stesse con le persone con cui si relazionano (Barak &Gluck-Ofri, 2007; Leung, 2002); le norme di gruppo influenzano il livello di Rivelazione di sé (Dietz-Uhler et al., 2005); e che la rivelazione di sé è reciproca ( Barak &Gluck-Ofri, 2007; Joinson, 2001; Rollman et al., 2001).

Un altro esempio riguarda l'ambiguità e l'incertezza della situazione: come nell'ambiente offline, l'ambiguità che caratterizza gli ambienti online in molti casi influisce sui comportamenti e sulle emozioni delle persone che si affidano maggiormente alla loro immaginazione, ai processi cognitivi e alle dinamiche di personalità rispetto a informazioni esterne effettive e valide (Barak, 2007; Mantovani, 2002).

L'ambiguità dell'ambiente che caratterizza il cyberspazio si traduce quindi in comportamenti ed emozioni più intense, man mano che il ruolo dei processi personali diventa più centrale.

Questo produce effetti diretti sulle esperienze delle persone negli ambienti online, in particolare per quanto riguarda gli impegni personali, gli appuntamenti online (Norton et al., 2007), le relazioni interpersonali online (Levine, 2000), il sesso (Whitty & Carr, 2006), così come il comportamento di gruppo (McKenna & Seidman, 2005).

La cyberpsicologia mira pertanto a rilevare e comprendere fattori specifici responsabili del comportamento umano nel cyberspazio attraverso interazioni con specifiche dimensioni comunicative.

 

Conclusioni

Secondo gli autori, il futuro della cyberpsicologia dovrà basarsi su collaborazioni sinergiche che si muovono in un contesto multidisciplinare, il cui fine ultimo è promuovere e produrre risultati più esaustivi ed efficaci.

Gli psicologi devono quindi aprirsi anche a settori tecnico-scientifici lontani dalla propria area di studio, perché solo così si potrà raggiungere una valida comprensione della giustapposizione e compenetrazione della vita online e offline.

 


Giorgia Lauro
, Psicologa clinica e Sessuologa Socio Ordinario della Società Italiana di Psicologia On Line (SIPSIOL)
Lavora su Pescara e Francavilla al Mare (CH). Si occupa principalmente di clinica per coppie e adulti.

 

Bibliografia

  • Barak, A. (1999). Psychological applications on the Internet: A discipline on the threshold of a new millennium. Applied and Preventive Psychology, 8, 231– 246.
  • Barak, A. (2007). Phantom emotions: Psychological determinants of emotional experiences on the Internet. In A. Joinson, K. Y. A. McKenna, T. Postmes, & U. D. Reips (Eds.), Oxford handbook of Internet psychology (pp. 303–329). Oxford, UK: Oxford University Press.
  • Barak, A., & Bloch, N. (2006). Factors related to perceived helpfulness in supporting highly distressed individuals through an online support chat. CyberPsychology & Behavior, 9, 60–68.
  • Barak, A., & Gluck-Ofri, O. (2007). Degree and reciprocity of self-disclosure in online forums. CyberPsychology & Behavior, 10, 407–417
  • Chen, H. (2006). Flow on the net–detecting Web users’ positive affects and their flow states. Computers in Human Behavior, 22, 221–233.
  • Dietz-Uhler, B., Bishop-Clark, C., & Howard, E. (2005). Formation of and adherence to a self-disclosure norm in an online chat. CyberPsychology & Behavior, 8, 114–120
  • Greenfield, D. N. (1999). Virtual addiction. Oakland, CA: New Harbinger Publications
  • Leung, L. (2002). Loneliness, self-disclosure, and ICQ (“I Seek You”) use. CyberPsychology & Behavior, 5, 241–251.
  • Levine, D. (2000). Virtual attraction: What rocks your boat.CyberPsychology & Behavior, 3, 565–573.
  • Mantovani, G. (2002). Internet haze: Why new artifacts can enhance situation ambiguity. Culture & Psychology, 8, 307–326.
  • McKenna, K., & Seidman, G. (2005). You, me, and we: Interpersonal processes in electronic groups. In Y. Amichai-Hamburger (Ed.), The social net: Human behavior in cyberspace (pp. 191–217). New York: Oxford University Press.
  • Norton, M. I., Frost, J. H., & Ariely, D. (2007). Less is more: The lure of ambiguity, or why familiarity breeds contempt. Journal of Personality and Social Psychology, 92, 97–105.
  • Sassenberg, K., Boos, M., Pstmes, T., & Reips, U. D. (2003). Studying the Internet: A challenge for modern psychology. Swiss Journal of Psychology, 62, 75–77.
  • Suler, J. (2004). The online disinhibition effect. CyberPsychology & Behavior, 7, 321–326
  • Turkle, S. (1995). Life on the screen: Identity in the age of the Internet. New York: Simon & Schuster.
  • Turkle, S. (2004). Whither psychoanalysis in computer culture? Psychoanalytic Psychology, 21, 16–30.
  • Whitty, T. E., & Carr, A. N. (2006). Cyberspace romance: The psychology of online relationships. London, UK: Palgrave Macmillan.
  • Yao, M. Z., & Flanagin, A. J. (2006). A self-awareness approach to computer-mediated communication. Computers in Human Behavior, 22, 518–544.

Cerca

Seguici sui Social