Ciò che accade nel mondo online può influenzare e modificare ciò che accade nella stanza di analisi? Secondo Gabbard, i pazienti spesso ricorrono agli strumenti digitali per formare relazioni di transfert con i loro terapeuti e per mantenere lo spazio analitico anche quando le sessioni sono finite.

Di Giorgia Lauro

setting anonimato pricay social media

 

I concetti di privacy, relazioni ed esperienze individuali sono stati ampiamente rimodellati dall'avvento tecnologico. Ad oggi, circa il 57% della popolazione mondiale è connessa ad internet, di cui circa il 45% possiede uno o più profili attivi sulle piattaforme di social media (Global State of Digitale, 2019).

Le piattaforme di social media come Facebook, Twitter e Instagram consentono agli utenti, sfruttando modalità differenti, di esprimere e condividere informazioni sulla propria vita attraverso fotografie, post, “like” e così via. La modalità con cui oggi si esprimono pensieri e sentimenti personali, positivi e negativi, ma anche apprezzamenti o disappunto rispetto ai contenuti di coloro che gravitano nelle nostre piattaforme virtuali costituiscono una nuova forma di narrativa digitale.

Secondo Kruger & Johanssen (2016) tale modalità di espressione assolve anche la funzione di fronteggiare ansia, conflitti, frustrazioni e desideri profondamente personali.

Secondo gli autori, gli utenti che popolano i social media esprimono oggi più facilmente opinioni su argomenti potenzialmente delicati come la politica, i diritti umani, la salute mentale, la religione in modo molto più frequente rispetto alla vita che conducono off-line.

Dal punto di vista relazionale, le piattaforme di social media sono divenute delle vere e proprie vetrine in cui si condividono foto il cui obiettivo è “trasmettere” la presenza o meno di una relazione, una delusione amorosa e così via. Facebook ad esempio è un social network altamente strutturato che presenta ben 11 opzioni differenti che consentono di rappresentare l'attuale stato o tipologia di relazione.

Il modo di comunicare è divenuto quidni più immediato. Capita molto spesso nella pratica professionale di ricevere messaggi da parte dei pazienti che chiedono di ricordare loro il giorno e la data dell'appuntamento, oppure una richiesta di informazione per qualcosa che è successa durante la loro giornata. Tutti questi aspetti che coinvolgono la pratica professionale sono stati indubbiamente promossi dall'instaurarsi di nuove abitudini comunicative che, grazie alla presenza di internet, sono divenute immediate e a portata di mano.

Secondo Gabbard (2001), nonostante nelle comunicazioni digitali spesso possano mancare dei segnali visivi, allo stesso tempo la modalità di comunicazione scelta dal cliente così come la sua indiretta richiesta di attenzione genera delle attribuzioni e delle proiezioni bidirezionali. L'utente richiede un soddisfacimento del bisogno immediato e “mette alla prova” il clinico; quest'ultimo, dal suo canto, assegna un peso ed un valore a quel tipo di comunicazione.

La presenza di queste nuove narrative digitali che permeano la vita del singolo, ma anche la relazione terapeutica, non possono essere tralasciate. Storicamente Freud (1912) intendeva la psicoterapia come un qualcosa di intensamente privato; in tal senso egli ha dedicato molto spazio alla descrizione di quella necessità da parte del terapeuta di rendersi opaco rispetto al paziente.

Fu poi la figlia, Anna Freud, a fornire la definizione di neutralità terapeutica in cui il terapeuta “prende posizione in un punto equidistante dall'Es, dall'Io e dal Super-io” (1936).

Con il passare del tempo altri autori (Schafer, 1983) hanno ampliato tale definizione fornendo descrizioni sulle caratteristiche specifiche del terapeuta: non prendere posizione nelle considerazioni sui conflitti del paziente; non imporre i propri valori al paziente; e infine, subordinare la propria personalità rispetto all'obiettivo terapeutico.

Questo automaticamente genera una riflessione secondo la quale il mantenimento di un senso di privacy deve essere parte integrante della pratica clinica psicoanalitica.

Certamente la visione di un terapeuta eccessivamente neutrale e distaccato è stata ad oggi ridefinita dalla psicoanalisi relazionale e interpersonale (Aron, 2006). Il concetto di rivelazione di Sè o self-disclosure è stato proposto come modalità che può essere utilizzata per una comprensione più profonda dell'esperienza analitica.

In tal senso, la rivelazione di sé non vuole annullare il senso di privacy (Kantrowitz, 2009), ma pone lo psicoterapeuta nella condizione di comprendere quando auto-rivelarsi e divulgare informazioni che hanno come finalità clinica quella di migliorare la relazione terapeutica.

Secondo Balick (2012) i social media possono costituire una minaccia alla pratica clinica. Nonostante la pubblicazione di informazioni online sia prevalentemente volontaria, la sua accessibilità è invece molto più difficile da controllare. Qualora il paziente non è mai entrato a contatto con determinati contenuti o informazioni del proprio psicoterapeuta, ma tali informazioni sono per lui immediatamente accessibili e consultabili grazie ad internet, secondo Balick (2014) questo genera un conflitto virtuale. Ciò che accade nel mondo online influenza e modifica ciò che accade nella stanza di analisi.

Il presente articolo, pubblicato sulla rivista “British Journal of Psychotherapy”, ha quindi cercato di delineare e presentare i lavori presenti in letteratura sui social media e le relazioni terapeutiche, nel tentativo di comprendere primariamente come i social media influenzano la privacy del terapeuta e, con esso, i concetti di cornice terapeutica e anonimato.

Si farà riferimento anche alle differenti scelte compiute dagli psicoterapeuti. Secondo Kolmes (2012), psicoterapeuti che sono presenti online potrebbero subire un'influenza maggiore nelle loro relazioni terapeutiche, rispetto a psicoterapeuti psicoanalisti che, avendo per formazione una maggior inclinazione a mantenere l'anonimato terapeutico, potrebbero presentare una minore “pervasività” digitale nelle loro esperienze terapeutiche.

L'autrice dell'articolo, la Dottoressa Greta Kaluzeviciute, dell'Università di Essex, Inghilterra, precisa che l'utilizzo del termine “relazione terapeutica” nel presente articolo include tutte le forme di psicoterapia, inclusa quella psicoanalitica.

 

L'anonimità analitica

Durante un panel internazionale sulla realtà virtuale, Glenn Gabbard ha dichiarato che la visione classica dell'anonimato psicoanalitico è morta (Lemma & Caparotta, 2013). Secondo l'autrice tale affermazione non è controversa, in quanto il concetto iniziale immaginato da Freud ha subito diverse modifiche, tanto che Schafer (2013) ritiene che l'opacità totale richiesta da Freud “è impossibile da raggiungere e, a causa della sua artificiosità, tecnicamente indesiderabile come obiettivo” (p.23).

L'aspetto che può rendere controversa la dichiarazione di Gabbard riguarda il contesto in cui è stata fatta la dichiarazione. La morte dell'anonimato psicoanalitico, come afferma lo psichiatra e psicoanalista, non è solo dovuta agli sviluppi concettuali o tecnici della teoria e pratica clinica. Ciò che Gabbard voleva quindi rimarcare, secondo l'autrice, era anche il filo sottile cui è appesa la privacy e l'anonimato nel tempo del cyberspazio e dei social media.

I confini del frame terapeutico sono costantemente minacciati da stimoli virtuali provenienti dal mondo online e dalle app tecnologiche. Gabbard (2001) ha ad esempio notato come le comunicazione via e-mail abbiano generato un forte cambiamento nelle relazioni terapeutiche: i pazienti spesso ricorrono a tale strumenti per formare relazioni di transfert con i loro terapeuti e per mantenere lo spazio analitico anche quando le sessioni sono finite.

Poiché i messaggi di testo stanno divenendo il mezzo di comunicazione principale sia per adulti che adolescenti, molti servizi di salute mentale li utilizzano per mantenere un contatto tra clinico e paziente. Ciò crea un impatto virtuale simile alle e-mail: i testi sono immediati, informali e spesso utilizzati per trasmettere difese e proiezioni sugli altri (Lemma & Caparotta, 2013).

L'incapacità attuale di preservare l'anonimato psicoanalitico ha quindi implicazioni anche sulla privacy del terapeuta. Ad oggi i pazienti sono molto incuriositi dalla vita dei propri “caregiver.” Freud riteneva che le dinamiche di transfert si costruivano a partire da pensieri e sentimenti immaginari del tipo “cosa succede se” verso i terapeuti; quando questi venivano portati in superficie si tramutavano in materiale analitico che poteva essere contenuto ed elaborato in modo produttivo.

La presenza di internet e dei social media ha invece determinato un soddisfacimento immediato di tale curiosità, senza passare necessariamente per la stanza di analisi. Sono infatti pochi i pazienti che ammettono al terapeuta di aver cercato informazioni personali online su di loro.

Come affermano Lemma e Carparrotta (2013) “senza dubbio [il cyberspazio] si è inevitabilmente mescolato alle nostre vite di professionisti psicoanalitici e ha posto una sfida ad un certo numero dei nostri presupposti psicoanalitici, soprattutto in relazione al setting e alla cornice analitica” (p.18).

 

Intrusioni virtuali al setting e alla privacy del terapeuta

Nel vasto settore della psicoterapia, l'impatto dei social media è stato documentato in modo molto più dettagliato rispetto alla psicoterapia psicoanalitica. In una ricerca di Kolmes e Taube (2016), sono state tratte forti conclusioni a sostegno della necessità dei pazienti di ricercare online informazioni personali sui loro psicoterapeuti. I ricercatori hanno scoperto che la maggior parte dei pazienti intervistati cercava i propri terapeuti online e che, in casi particolari, le informazioni con cui entravano a contatto producevano un forte effetto sulla relazione clinica in presenza.

Ciò ha portato gli autori ad affermare che “gli psicoterapeuti hanno perso il controllo sulla divulgazione di informazioni personali online”, il che ha successivamente contribuito alla loro “incapacità di limitare queste divulgazioni come si potrebbe fare quando si effettua una rivelazione di sé deliberata che viene attentamente considerata in termini di impatto clinico su un cliente specifico” (p.151).

Gli effetti complessivi della ricerca di informazioni personali sui terapeuti variavano da negativi, neutri e positivi, in 41 dimensione psicoterapiche. Gli effetti positivi riguardavano una maggiore capacità di identificarsi con il terapeuta, nonché una maggior fiducia nella relazione clinica, mentre quelli negativi mostravano una riduzione del senso di comfort e aumento del disagio nei pazienti.

Gli effetti positivi sono risultati inoltre associati a “sentimenti di connessione, calma e permanenza dell'oggetto”, mentre quelli negativi coinvolgevano “sentimenti di colpa e difficoltà a lasciare andare” la loro connessione con il proprio psicoterapeuta.

Kolmes (2012) in un altro studio ritiene che molti psicoterapeuti utilizzano modalità di espressione online per creare una presenza professionale: “molti psicologi stanno stabilendo una presenza professionale sui propri siti web e sui social media come mezzo per commercializzare direttamente le loro pratiche. Stanno creando blog e utilizzano Twitter, Facebook, LinkedIn e altri per promuovere i servizi che forniscono” (p.607).

Ovviamente, la presenza professionale online non comporta necessariamente un effetto negativo sulla pratica della psicoterapia. Molti pazienti possono infatti ricercare informazioni semplicemente per convalidare le qualifiche e le esperienze pregresse del terapeuta prima dell'incontro iniziale.

Secondo Balick (2014) particolare attenzione deve essere posta sulle sfide create dal digitale nel contesto della relazione terapeutica offline. Sebbene l'identità online e le narrazioni digitali sono molto diverse da quanto avviene nella vita reale, l'online e l'offline si sovrappongono generando una nuova immagine. In quanto tali, i pazienti che entrano nello studio si creeranno reazioni e pensieri inconsci non solo sulla relazione terapeutica in presenza, ma anche sulle rappresentazioni del terapeuta su Google, Facebook, Twitter e così via.

Ciò significa che gli psicoterapeuti che sono maggiormente coinvolti sui social media devono porsi ulteriori domande per la loro pratica clinica: in che modo questo conflitto virtuale influenza il transfert? Qual è stata la motivazione inconscia o conscia che ha portato il paziente a cercarmi online? In che modo la relazione terapeutica viene influenzata dalle comunicazioni virtuali al di fuori dello studio?

Sebbene gli stimoli virtuali possano riguardare un ampio settore della psicoterapia e della psicoanalitica, è bene evidenziare che tali aspetti sono più facilmente riscontrabili nelle nuove generazioni di terapeuti. Pertanto, per i “nativi digitali”, la componente virtuale sarà considerata 'normale' e potranno semmai avere più difficoltà a comprendere a pieno l'importanza della cornice terapeutica, della neutralità e dell'anonimato. Allo stesso modo, ci si aspetta che le forme virtuali di comunicazione diventino più frequenti e normative per la pratica psicoterapeutica future.

 

Pazienti che ci cercano online

La prima motivazione che spinge i pazienti a cercare informazioni online è la curiosità. In tal senso i pazienti è come se manifestassero una sorta di curiosità per tutti gli aspetti non terapeutici del clinico.

Secondo Chunn (2017), in un'era fortemente caratterizzata da divari politici e sociali, i pazienti vogliono conoscere le opinioni dei loro terapeuti su svariati temi quali aborto, matrimonio, la Brexit e così via. Porre la domanda diretta potrebbe però essere più difficile; ecco che i social media e Google eliminano la necessità di chiedere espressamente qualcosa.

Questa ricerca online guidata dalla curiosità è stata descritta da Snyder (2015) in un articolo pubblicato su The Wired:

Quando ho incontrato per la prima volta il mio strizzacervelli, non ero così sicuro di lui. Era bello, in forma, non molto più alto di me, reticente. Non saprei dire se la sua reticenza fosse disapprovazione o se stesse solo facendo il suo lavoro: stare zitto, restare neutrale. Sono nuovo in terapia e francamente avrei voluto una donna, ma ero qui con quest'uomo silenzioso e illeggibile e non sapevo come sentirmi a mio agio. Così l'ho cercato su Google. Ho trovato la sua pagina Facebook, ho visto che è una fanatico della mia stessa band, che sembra generalmente empatico e che ha un cane carino. È così che mi sono sentito a mio agio.”

Ricorrere ai social media invece di impegnarsi in domande faccia a faccia è molto più comune di quanto si possa pensare. È quello che lo psicologo John Suler (2004) ha chiamato “Effetto di disinibizione online”. L'autore sostiene che i social media hanno creato una disparità tra le interazioni online e offline.

Poiché non esiste alcuna autorità che giudichi le nostre azioni online, e poiché le persone che guardiamo sono fisicamente assenti e non possono risponderci, ci sentiamo liberi di esprimere i nostri desideri. A tal proposito, Suler confronta l'effetto di disinibizione online con la nozione classica di neutralità terapeutica in psicoanalisi:

Secondo la teoria psicoanalitica tradizionale, l'analista si siede dietro il paziente per rimanere una figura fisicamente ambigua, senza rivelare alcun linguaggio del corpo o espressione facciale, in modo che il paziente abbia libertà d'azione per discutere ciò che vuole senza sentirsi inibito da come l'analista sta reagendo fisicamente” (p. 322).

Da questo punto di vista internet e la seduta psicoanalitica sono entrambi spazi in cui le persone dicono o fanno cose che normalmente non direbbero o farebbero nella vita reale.

Tuttavia, lo psicoanalista che siede dietro al paziente e rimane fisicamente ambiguo lo fa per “elaborare” la resistenza del paziente e arrivare al nucleo di materiale profondamente personale e spesso inconscio. L'effetto di disinibizione online invece consiste nel rimanere anonimi e invisibili, permettendoci di guardare gli altri senza che essi sappiano di essere guardati.

Un altro articolo interessante è stato pubblicato da Pollock (2017), dal titolo “Perchè dovresti cercare su Google il tuo terapeuta”.

Pollock sostiene che i pazienti spesso cercano i loro terapeuti online per motivi di sicurezza. In tal senso fa riferimento a popolazioni cliniche particolarmente vulnerabili come vittime di abusi sessuali, soggetti con disforia di genere e minoranze sessuali che, successivamente ad esperienze terapeutiche deludenti e stigmatizzanti, sentono il bisogno di scegliere un terapeuta con cui potersi sentire al sicuro e a proprio agio.

Ciò che ricercano è quindi correlato al sistema di valori che potrebbe possedere lo psicoterapeuta. È per questo motivo che Pollock incoraggia psicologi e psicoterapeuti ad avere siti web professionali che includano non solo biografie e qualifiche, ma anche informazioni che riflettano i loro valori terapeutici. In tal senso, una presenza professionale online ben strutturata può quindi rimandare ad un'autenticità terapeutica che mette i potenziali pazienti nella condizione di “scegliere” il meglio per sé stessi.

 

Conclusioni

La relazione che intercorre tra psicoterapia e social media è ad oggi in perenne sviluppo. Quanto espresso in questo articolo vuole invitare a nuovi spunti di riflessione su come il digitale sempre più permea le stanze di analisi. Pazienti e psicologi e/o psicoterapeuti sono immersi in una dimensione terapeutica che non può dirsi completamente scevra dai condizionamenti digitali.

La modalità con cui oggi i pazienti comunicano, ricercano attenzione, mossi dalla curiosità di sapere qualcosa in più di noi, dovrebbe spingerci ad indagare le motivazioni sottostanti questi rapidi scambi. La sfida è che ciò sta accadendo ad una velocità disarmante e come comunità professionale dobbiamo essere pronti a mettere in discussione non solo quanto appreso durante il percorso formativo, ma anche a comprendere come rendere il digitale uno strumento utile alla professione.

 


Giorgia Lauro
, Psicologa clinica e Sessuologa Socio Ordinario della Società Italiana di Psicologia On Line (SIPSIOL)
Lavora su Pescara e Francavilla al Mare (CH). Si occupa principalmente di clinica per coppie e adulti.

 

Bibliografia

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  • Balick, A. (2014) Technology, social media, and psychotherapy: Getting with the programme. Contemporary Psychotherapy 6(2).
  • Freud, S. (1912) The dynamics of transference. In: J. Strachey (trans.), The Standard Edition of the Complete Psychological Works of Sigmund Freud, Volume XII. London: Hogarth Press.
  • Freud, A. (1936) The Ego and the Mechanisms of Defense. New York: International Universities Press.
  • Gabbard, G.O. (2001) Cyberpassion: E‐rotic transference and the Internet. Psychoanalytic Quarterly 70: 719– 37.
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  • Kolmes, K. & Taube, D.O. (2016) Client discovery of psychotherapist personal information online. Professional Psychology: Research and Practice 47(2): 147– 54.
  • Kruger, S. & Johanssen, J. (2016) Thinking (with) the unconscious in media and communication studies. Communication and Media 38(11): 5– 40.
  • Lemma, A. & Caparrotta, L. (2013) Psychoanalysis in the Technoculture Era. London: Routledge.
  • Pollock, K. (2017) Why you should google your therapist. Well Doing.
  • Schafer, R. (1983) The Analytic Attitude. New York: Basic Books.
  • Snyder, B. (2015) You should google everyone, even your therapist. The Wired.
  • Suler, J. (2004) The online disinhibition effect. Cyberpsychology & Behavior 7(3): 321‐ 326.

 

 

 

 

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